FUNDRAISING E PANDEMIA
COME CAMBIERANNO LE NOSTRE ABITUDINI?

Intervista a Marta Medi

Una delle caratteristiche del fundraiser deve essere quella di saper reagire alle difficoltà e di cercare di farlo nel minor tempo possibile. Non sempre ci si riesce ma bisogna provarci. Quest’anno ci ha messo tutti alla prova e il digital è stato fondamentale più che mai. Ma come renderlo efficace?

Marta ci racconta una storia di successo, una storia di ricerca e di tanta soddisfazione durante questa pandemia..Una storia da cui prendere ispirazione! Lei sceglie il nonprofit, o forse è il nonprofit a scegliere lei, quando da studentessa inizia a fare volontariato nel campo della disabilità e con i bambini ospedalizzati. La passione diventa poi un lavoro, e il fundraising una scuola di vita! Inizia la sua carriera prima nella Cooperazione Internazionale, dal sostegno a distanza in America Latina, passando per i progetti sanitari in zone di guerra in Africa, approdando poi alla Fondazione IEO-CCM dove oggi coordina il team di Raccolta Fondi e Comunicazione al servizio della Ricerca Scientifica. Dopo quasi 20 anni di esperienza, centinaia di storie vissute di piccoli e grandi donatori, di successi e fallimenti… è certa: la tecnica è inutile senza l’empatia e… il fundraiser è proprio un bel mestiere!!

Conosciamola meglio e facciamoci svelare qualche piccolo spoiler sulla sua sessione del Festival 2021!

 

Hai a disposizione un solo desiderio. Cosa chiederesti al genio della lampada?

Vorrei tanto che l’esperienza eccezionale che ci ha travolti da oltre un anno ci permetta di cambiare strada, prospettiva, modo di vedere noi stessi e gli altri.

 

Cos’è che ti emoziona di più del tuo lavoro?

La consapevolezza di essere parte di qualcosa di davvero importante. Ricevere un grazie da chi ha sperimentato la paura che la malattia porta con sé, ha maturato la consapevolezza che per superarla serve avere fiducia nel progresso della Ricerca e ha scelto di fare la sua parte, piccola o grande che sia.. Questa è l’emozione più grande.

 

Come si trasforma il rapporto con i donatori e le donatrici attraverso il digital?

Mi sembra che si stia andando verso un rapporto più franco, diretto, informale. Una volta, quando ho iniziato a lavorare nel fundraising, ricevevamo delle bellissime lettere cartacee da parte dei donatori, soprattutto anziani, scritte a mano, in cui ci spiegavano il perché sostenevano la nostra causa, o ci chiedevano di essere più attenti nelle spese. Erano rare, ora invece i donatori hanno enormi opportunità di comunicare con le organizzazioni che sostengono: per dire la loro, farsi a loro volta portavoce e diventare protagonisti essi stessi.

 

Dopo la pandemia: come cambia il fundraising?

Penso che tutta la sperimentazione che abbiamo fatto in questo anno e mezzo, lo sviluppo del digital fundraising e di nuove modalità di coinvolgimento, si affiancherà alle vecchie modalità e strumenti che piano piano riprenderemo ad utilizzare. Non credo che il charity dinner o l’evento di piazza saranno sostituiti, piuttosto che saranno parte di nuovi fundraising mix in cui le fette della torta cambieranno le loro dimensioni relative.

 

Dopo questo boom sul digitale, come pensi che si evolverà il tuo approccio al Fundraising? Cosa pensi di adottare anche per il futuro e cosa invece pensi di abbandonare?

Non appena possibile, non vedo l’ora di riprendere ad organizzare eventi in presenza: l’energia pazzesca che sprigiona dall’essere fisicamente insieme non può essere sostituita da nessun evento digitale! Tra le ambizioni del prossimo futuro c’è lo sviluppo significativo del personal fundraising che sul digitale ha il suo ambiente più confortevole.

 

Parliamo di trasformazione digitale: l’Italia si conferma ancora ai fanalini di coda in quanto a Digital Transformation, da dove partire quindi? Quali sono i benefici che le nonprofit italiane potrebbero trarre da questo cambiamento culturale che parte all’interno di ogni organizzazione?

A livello nazionale intanto io partirei dalle basi: ci sono ancora posti in Italia, e non pochi, dove fare una videoconferenza senza frizzarsi ogni 2 minuti e perdersi metà di ciò che si dice è la normalità. E non parlo solo delle aree del Sud Italia.

Per quanto riguarda le nostre organizzazioni, come per tutte le realtà aziendali in generale, sono molto convinta che la ricetta vincente preveda un mix equilibrato di lavoro “virtuale” e “in presenza”. Dalla mia esperienza personale ho imparato che non rinuncerei per niente al mondo allo staff meeting tutti seduti intorno allo stesso tavolo, guardandosi negli occhi. Suggerirei di mantenere ad esempio una parte del tempo di lavoro settimanale in modalità smart, questo a mio avviso aiuterebbe a spezzare la routine del lavoro in ufficio e a stimolare la creatività che nel nostro mestiere è come ossigeno!

 

Al Festival del Fundraising Marta ci racconterà una di quelle storie da cui prendere ispirazione: la storia di come la ricerca andando per tentativi ed errori riesce ad indicarci la strada da seguire.

Noi non vediamo l’ora di ascoltarla! La ringraziamo per la disponibilità e la aspettiamo al Festival!

 

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